Cinica e Narciso
5 febbraio 2010
- Non lo conoscete Dente? A me piace molto. Sono stata ad un paio di concerti… Presto sarà di nuovo a Bologna.
- Ma è quello del Premio Tenco?
- Sì, proprio lui. Vi faccio ascoltare questa qua, bella – per me – forse tanto quanto “Enjoy the Silence”. Dice parole meravigliose, parole che vorresti che un uomo ti dicesse.
…. Questa donna non è una donna. Questa donna è un miracolò, per il modo che ha di morire e poi rinascerè. Di moltiplicare i baci, starmi accanto anche quando è a casa sua. Far muovere i miei occhi, di capire tutto ciò che ho. Dammi tutto quello che non ho. Di non sapere che non è una donna, di non sapere che è un miracolò. Ninninninniriri…
- Bella…
- Sì, molto…
- Ma sarà così romantico anche nella vita reale o lo è solo nelle canzoni?
- Mah… Non so se esiste un uomo che dica queste cose. Che poi, magari se è così sdolcinato magari ti rompe anche le palle dopo un po’…
- Dipende…
- Che poi un uomo te le può anche dire ma se lo fa lo fa per se stesso, per puro narcisismo. Perché in quel momento ci sta. Magari le pensa pure ma poi si scorda. Non sanno, ahiloro, che le donne si ricordano…
- Hai ragione. Anche per me è solo una questione di narcisismo.
- Hai visto come siamo diventate ciniche? Cosa ci è successo?
- Eh… (sospiro).
- Il mio cinismo è diventato quasi patologico. L’altro giorno un’amica raccontava che mentre andava al lavoro, ha visto un uomo cui aveva preso un malore lungo la strada. Probabilmente era morto. La moglie, che era con lui, tentava di rianimarlo. Gli diceva “Amore! Amore! Svegliati!” ma lui non si riprendeva. Dice che è stato molto brutto ed anch’io, ammetto, che mentre me lo raccontava ho provato empatia per questa donna cui era appena morto per strada, all’improvviso. Ma poi, finito l’attimo sognante, ho girato lo zucchero nella tazzina del caffè ed ho pensato a voce alta “Magari lui la riempiva di corna e lei dentro casa non lo poteva veder più neanche camminare!”.
Constatazione di sabato 9 gennaio 2010, ore 15.21
9 gennaio 2010
L’amore è una forma di narcisismo.
Bugia
3 gennaio 2010
La più grande bugia che mi racconto fin da bambina è che, anche se chiudo gli occhi, posso lo stesso rimanere vigile. Forse diventerò davvero grande quando mi rassegnerò al fatto che, se ho sonno, chiudere gli occhi non vuol dire riposarli ma dormire.
Un decennio a basso costo
31 dicembre 2009
Parabola
15 dicembre 2009
Nel lontano 6 gennaio 1991 o forse 1992(non mi ricordo se in quarta o quinta ginnasio), per non rischiare di essere interrogata in matematica, passai parte della notte sul terrazzo in canottiera per tentare di prendermi un malanno.Sembravo sulla punta del Titanic, protesa verso le piante che copiose arredavano quello spazio. Era freddo, tanto. Ed io ero disperata perché non sarei stata pronta ad un interrogatorio di matematica, tutte quelle a e quelle b che si susseguivano e che diventavano anche ab, un susseguirsi di cifre scarabocchiate su un libro grosso come me rappresentanti una matematica di cui ho rimosso il nome (algebra? sono i logaritmi? non sono i radicali… Chi sa parli!).Purtroppo o per fortuna non riuscii ad ammalarmi e con la morte nel cuore e il librone nello zaino mi recai a scuola.Colpo di scena! Il malanno aveva catturato la professoressa di matematica! Ed io, almeno per quel giorno, potevo definirmi miracolata, sperando di recuperare una febbre almeno per il ritorno della prof in carica.Arrivò una supplente. Non ho ricordi nitidi. Di lei rimembro solo l’inettitudine e il fatto che in quei 10 giorni tentò solo di spiegarci il Triangolo di Tartaglia o Piramide, forse. Una serie di a b ab a b ab abb aabb che si protendevano verso l’alto, quasi a formare delle guglie. Inutile dire che nessuno comprese una fava ma tanto si era gaudenti per il fatto che di fatto non si stava combinado nulla.Un bel giorno, o brutto a seconda dei punti di vista, la temibilissima professoressa di matematica tornò e, armata di gessetto e cancellino, in pochi minuti liquidò l’argomento, stupendosi che l’altra ne avesse parlato così a lungo.
Il Carnevale di Viareggio
6 dicembre 2009
Sabato sera. Freddo ma non come ieri. Raffreddata e lievemente mestruata. Stanca e con i capelli sporchi. Esco lo stesso per ascoltare un concerto, vestita per dispetto.
Ascolto i musicisti, due chiacchiere e via con la bici a perdermi nella notte, la notte dentro casa mia ad un’ora insolita per un sabato sera ma chissenefrega. Io in giro ci sto sempre e del sabato sera la febbre proprio non ce l’ho, specialmente adesso che son vecchia e che il ponte mi assiste.
Mentre mi tuffavo su internet per una rapida ricognizione sulle vite degli altri in mia assenza dal web 2.0, mangiando il mio tiramisù, mi guardavo intorno. Volgevo lo sguardo al mio disordine che sarà anche creativo ma talmente statico da pesarmi.
Ho bisogno d’ordine, dentro e fuori di me. Ma da dove comincio? E dove se non dai giornali?
Chi mi conosce sa del mio attaccamento patologico ai giornali. La casa, piccolissima, ne è piena. Da sola potrei provvedere alla cartapesta necessaria per allestire i carri del Carnevale di Viareggio. Sono consapevole del mio disturbo ma non riesco a guarire salvo questi vari raptus in cui riesco a farmi forza e guardarmi da di fuori e capire che in primis, per andare avanti, bisogna sbarazzarsi del passato. Ho fatto solo un paio di sacchi ma ho provato troppo piacere a buttare via parte della mia vita che penso che in questi giorni ricomincerò.
Piccoli passi, timidi, verso la liberazione.
Il fiero pasto
24 novembre 2009
Stasera ho mangiato junk food natalizio: due fette di zampone precotto, quello nell’involucro di plastica da bollire per 25 minuti, e una busta di purè liofilizzato, quella roba bianca da mettere in quell’intruglio quasi bollito di acqua-latte-pizzico di sale.
Sono giorni che avevo l’acquolina in bocca al solo pensiero di intingere quell’accozzaglia di scarti di maiale in quella schiuma da barba fatta di idea di patate. Di solito non son dedita a ripiegare su leccornie artificiali ma il Natale mi fa quest’effetto. Mentre con le forbici tagliavo la plastica dove erano bollite le mie due belle fettine di zampone inguainate in quel rotolo di grassa cotica che non la mandi via nemmeno con l’acido muriatico, mi è tornato alla memoria un episodio poco edificante del mio passato.
Primo giorno dell’anno 2005, nella mia vecchia casa. Giornata a ciondoloni, capelli tirati su, occhiali, tuta e tanto sex appeal, spalmata sui sui fiorelloni sdruciti del divanone nel soggiorno. Qualche postumo leggerissimo da smaltire del giorno prima, alcune telefonate di aggiornamento e the con amica che passa a fare due chiacchiere. Giornata inutile come solo Capodanno può essere. Unico pensiero costante: cucinarmi cioè bollire quel bel cotechino che mi ero presa in offerta in qualche supermercato. Avrei immerso quella zampetta in una quantità acchiappa-soldi di lenticchia, che mi avrebbe garantito i consueti 365 giorni a venire in bolletta, come tutti gli altri anni. Solo al mio cotechino riuscivo a pensare. In quella luce giallo-arancione dell’angolo cottura della mia adorata casetta lastricata di cotto, mettevo a bollire la busta alluminio che conteneva la mia cena di Capodanno, tanto squallida quanto desiderata. Mi misi ad attendere con ansia che passassero quei 20-25 minuti atti a dare forma e dignità al cotechino.
Avevo fame.
Erano già le 7.00 di sera e, si sa, il primo giorno dell’anno, pigro ed indolente, conferisce all’individuo un ritmo abbastanza primordiale, fame-cacca/vomito-sonno. Ed io, mentre Gerry Scotti invitava in sottofondo qualcuno ad accendere la risposta esatta, mi preparai a scolare l’argenteo involucro.
La cucina in realtà, altro non era che un angolo cottura un po’ improvvisato (certo, mai quanto quello attuale): c’era una piccola cucina a gas di una marca da casa di studenti, tipo Germanvox, staccata da un pratico lavello di qualche centimetro. Presi il malloppo da dentro la pentola ricolma di acqua bollente con le forbici per fare scolare il liquido incandescente nel lavandino, per poi gettare la prelibatezza su di un letto di lenticchie. Leggiadra nel mio desiderio di mangiare la mia buona cena di cattivo gusto, faccio per tagliare un lembo di alluminio quand’ecco che il cotechino sguilla veloce e viscido, nonché bollente nel retro lercio della piccola cucina a gas da fuorisede, uno dei luoghi più sporchi in zona universitaria dopo via Petroni. Quella casa, infatti, per quanto adorata, era composta da un manipolo di fuorisede che proprio non avevano il viziaccio di pulire e disinfettare la magione.
Rabbia, delusione, nervosismo e bestemmie che fuoriuscivano dal mio cavo orale abortite per decenza. Ma ancora non era detta l’ultima parola.
Io volevo mangiare quel cotechino.
Con gli occhi iniettati di sangue, come se fossi allo Zoo di Berlino, mi misi a ravanare in quel lurido antro. Afferrai il mio oblungo oggetto del desiderio che non era stato raffreddato dai secolari gatti di polvere. Era ancora bollente e, come se fosse stato vivo, ricadde per terra, ma almeno in una superficie calpestabile. Riafferrai quel grasso e appiccicoso salsiccione di carne. Sembrava un cagnolino alla quantità di peli che era riuscito ad appiccicarsi addosso, tipo quei rotoli adesivi con cui ci si spazzola il cappotto dai peli del gatto. Nonostante questo, non mi ero rassegnata a mollare la presa. Sotto un getto di acqua fredda, misi a lavare il mio Yorkshire di frattaglie suine. Tolsi la cotenna, scuoiai il mio cotechino e continuai a lavarlo, convinta ancora che l’avrei reso un piatto commestibile.
Non mi rassegnavo all’evidenza della perdita della mia cena di Capodanno, già di per sé triste e solitaria.
E in un raptus degno dell’accanimento di qualche dottore disperato ed affettivamente coinvolto in una puntata di Grey’s Anatomy, invece di buttare quello che era un cotechino di Modena nel secchio del pattume, volsi lo sguardo alla pentola della lenticchia e vi gettai il fiero pasto, nel tentativo estremo di rianimare la mia cena. Ma anche se immersi nella lenticchia, i peli si vedevano lo stesso. Un fulmineo istante di lucidità mi permise di vedermi dall’esterno, mentre cercavo di selezionare frammenti di cotechino puliti e lenticchie non intaccate dalla mia follia e in quello stesso istante buttai tutto nel bidone e andai in bagno a vomitare.
Piccolo Spazio Pubblicità
30 ottobre 2009

Reading per voce e rock'n'roll band
Ormai ragiono per status
29 ottobre 2009
La frenesia della vita moderna, anche se negli ultimi giorni a casa ho la stessa vitalità di Piergiorgio Welby, non mi fa più ragionar per periodi di una certa complessità, nonostante sia stata accusata di essere paratattica.
Ascoltavo la radio e pensavo alle canzoni che di solito ascolto e ho pensato che alla fine gli uomini innamorati esistono. Bisogna solo avere la pazienza di aspettarli.
Sapessi che felicità mi dà l’idea di non vederti più
11 ottobre 2009
Sì, anch’io sono pazza di Dente. Adoro il suo uso della lingua, i suoi calambour, metafore, analogie. Ma anche la sua descrizione dei sentimenti, quel modo un po’ gozzaniano di di parlare di quelle “buone cose di pessimo gusto”.
Questo il video appena uscito di “Buon appetito”, una delle mie preferite.