Il fiero pasto

24 novembre 2009

Stasera ho mangiato junk food natalizio: due fette di zampone precotto, quello nell’involucro di plastica da bollire per 25 minuti, e una busta di purè liofilizzato, quella roba bianca da mettere in quell’intruglio quasi bollito di acqua-latte-pizzico di sale.
Sono giorni che avevo l’acquolina in bocca al solo pensiero di intingere quell’accozzaglia di scarti di maiale in quella schiuma da barba fatta di idea di patate. Di solito non son dedita a ripiegare su leccornie artificiali ma il Natale mi fa quest’effetto. Mentre con le forbici tagliavo la plastica dove erano bollite le mie due belle fettine di zampone inguainate in quel rotolo di grassa cotica che non la mandi via nemmeno con l’acido muriatico, mi è tornato alla memoria un episodio poco edificante del mio passato.
Primo giorno dell’anno 2005, nella mia vecchia casa. Giornata a ciondoloni, capelli tirati su, occhiali, tuta e tanto sex appeal, spalmata sui sui fiorelloni sdruciti del divanone nel soggiorno. Qualche postumo leggerissimo da smaltire del giorno prima, alcune telefonate di aggiornamento e the con amica che passa a fare due chiacchiere. Giornata inutile come solo Capodanno può essere. Unico pensiero costante: cucinarmi cioè bollire quel bel cotechino che mi ero presa in offerta in qualche supermercato. Avrei immerso quella zampetta in una quantità acchiappa-soldi di lenticchia, che mi avrebbe garantito i consueti 365 giorni a venire in bolletta, come tutti gli altri anni. Solo al mio cotechino riuscivo a pensare. In quella luce giallo-arancione dell’angolo cottura della mia adorata casetta lastricata di cotto, mettevo a bollire la busta alluminio che conteneva la mia cena di Capodanno, tanto squallida quanto desiderata. Mi misi ad attendere con ansia che passassero quei 20-25 minuti atti a dare forma e dignità al cotechino.
Avevo fame.
Erano già le 7.00 di sera e, si sa, il primo giorno dell’anno, pigro ed indolente, conferisce all’individuo un ritmo abbastanza primordiale, fame-cacca/vomito-sonno. Ed io, mentre Gerry Scotti invitava in sottofondo qualcuno ad accendere la risposta esatta, mi preparai a scolare l’argenteo involucro.
La cucina in realtà, altro non era che un angolo cottura un po’ improvvisato (certo, mai quanto quello attuale): c’era una piccola cucina a gas di una marca da casa di studenti, tipo Germanvox, staccata da un pratico lavello di qualche centimetro. Presi il malloppo da dentro la pentola ricolma di acqua bollente con le forbici per fare scolare il liquido incandescente nel lavandino, per poi gettare la prelibatezza su di un letto di lenticchie. Leggiadra nel mio desiderio di mangiare la mia buona cena di cattivo gusto, faccio per tagliare un lembo di alluminio quand’ecco che il cotechino sguilla veloce  e viscido, nonché bollente nel retro lercio della piccola cucina a gas da fuorisede, uno dei luoghi più sporchi in zona universitaria dopo via Petroni. Quella casa, infatti, per quanto adorata, era composta da un manipolo di fuorisede che proprio non avevano il viziaccio di pulire e disinfettare la magione.
Rabbia, delusione, nervosismo e bestemmie che fuoriuscivano dal mio cavo orale abortite per decenza. Ma ancora non era detta l’ultima parola.
Io volevo mangiare quel cotechino.
Con gli occhi iniettati di sangue, come se fossi allo Zoo di Berlino, mi misi a ravanare in quel lurido antro. Afferrai il mio oblungo oggetto del desiderio che non era stato raffreddato dai secolari gatti di polvere. Era ancora bollente e, come se fosse stato vivo, ricadde per terra, ma almeno in una superficie calpestabile. Riafferrai quel grasso e appiccicoso salsiccione di carne. Sembrava un cagnolino alla quantità di peli che era riuscito ad appiccicarsi addosso, tipo quei rotoli adesivi con cui ci si spazzola il cappotto dai peli del gatto. Nonostante questo, non mi ero rassegnata a mollare la presa. Sotto un getto di acqua fredda, misi a lavare il mio Yorkshire di frattaglie suine. Tolsi la cotenna, scuoiai il mio cotechino e continuai a lavarlo, convinta ancora che l’avrei reso un piatto commestibile.
Non mi rassegnavo all’evidenza della perdita della mia cena di Capodanno, già di per sé triste e solitaria.
E in un raptus degno dell’accanimento di qualche dottore disperato ed affettivamente coinvolto in una puntata di Grey’s Anatomy, invece di buttare quello che era un cotechino di Modena nel secchio del pattume, volsi lo sguardo alla pentola della lenticchia e vi gettai il fiero pasto, nel tentativo estremo di rianimare la mia cena. Ma anche se immersi nella lenticchia, i peli si vedevano lo stesso. Un fulmineo istante di lucidità mi permise di vedermi dall’esterno, mentre cercavo di selezionare frammenti di cotechino puliti e lenticchie non intaccate dalla mia follia e in quello stesso istante buttai tutto nel bidone e andai in bagno a vomitare.

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