Martedì andrò a Milano per il concerto dei National, regalo dei miei amici per il compleanno. Non vedo l’ora, mi piacciono un sacco, la voce calda e rassicurante del cantante mi accarezza ad ogni ascolto. Al primo ascolto, su tutte, una canzone mi ha particolarmente colpita. Si chiama “Baby we’ll be fine“, un ritornello lievemente ossessivo come piace a me che dice “i’m so sorry for everything, ‘m so sorry for everything, i’m so sorry for everything”. Al di là del significato del testo, spero di ascoltare questa canzone martedì. Ma so che non accadrà, così come non è accaduto negli ultimi concerti ai quali sono andata speranzosa, sperando di ascoltare la mia canzone prediletta. Dente non ha cantato “La presunta santità di Irene” o “Oceano”, Antony Hegarty non mi ha fatto la sua versione di “Crazy in love” di Beyoncè e gli Arcade Fire non hanno suonato – e questo è stato scandaloso – “Rococò”, solo per citarne alcuni (ci metto dentro anche “Direzioni Diverse” del Teatro degli Orrori cantata per prima e completamente riarrangiata).
Una maledizione incombe nelle mie scelte. In un intero repertorio di canzoni di anni e album diversi, io riesco a capare nel mazzo quella che gli artisti di turno decidono di non fare al loro concerto. E così investo energie ed emozioni nel recarmi speranzosa allo spettacolo, come si fa ad un appuntamento cui si tiene. E puntualmente la canzone non viene eseguita.
Così come già accade nella mia vita amorosa, mi innamoro sempre delle canzoni sbagliate. E nell’attesa di capire perché, intanto mi ascolto la canzone che tanto martedì non ci sarà.

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Innumerevoli sono i racconti del mondo. In primo luogo una varietà prodigiosa di generi, distribuiti a loro volta secondo differenti sostanze come se per l’uomo ogni materia fosse adatta a ricevere i suoi racconti: al racconto può servire da supporto il linguaggio articolato, orale o scritto, l’immagine, fissa o mobile, il gesto e la commistione coordinata di tutte queste sostanze; il racconto è presente nel mito, le leggende, le favole, i racconti, la novella, l’epopea, la storia, la tragedia, il dramma, la commedia, la pantomima, il quadro, le vetrate, il cinema, i fumetti, i fatti di cronaca, la conversazione. Ed inoltre sotto queste forme quasi infinite, il racconto è presente in tutti i luoghi, in tutte le società; il racconto comincia con la storia stessa dell’umanità; non esiste, non è mai esistito in alcun luogo un popolo senza racconti; tutte le classi, tutti i gruppi umani hanno i loro racconti e spesso questi racconti sono fruiti in comune da uomini di culture diverse, talora opposte: il racconto si fa gioco della buona e della cattiva letteratura: internazionale, trans-storico, trans-culturale, il racconto è là come la vita.

Roland Barthes “Introduzione all’analisi strutturale dei racconti”, A.A.VV. L’analisi del racconto, Bompiani, Milano 1969

Gioventù bruciata

26 ottobre 2010

Un episodio mi ha portato a fare una riflessione. Da “Ritorno al futuro” alla scarsa considerazione che si ha dei trentenni, che se sparissero in un battibaleno dall’Italia adesso, nessuno forse ne sentirebbe neanche la mancanza.
Collaboro con una testata locale. Dal 10 ottobre monitoro quella che secondo me sarà una bomba per chi ha la mia età. Il ritorno nelle sale per un solo giorno di “Ritorno al futuro”. Sul web impazza il passaparola (il web per i “grandi” è interessante solo quando è uno strumento del demonio). L’appuntamento era il 15 ottobre il sito nexodigital.it per scoprire in quali cinema il film sarebbe stato proiettato. Verso il 17 finalmente si scopre il cinema bolognese prescelto e, con grande entusiasmo, propongo la cosa al mio referente al quotidiano che liquida l’evento con un “chissenefrega”. Non mi lascio scoraggiare, forte della decina di giorni che avevo di fronte (la proiezione è fissata al 27/10) e persevero. Stavolta col capo, al quale cerco di fare capire che per noi è importante, che nei social network non si parla d’altro, che non è un film sciocchino ma un evento vero e proprio. Il giorno dopo continuo la mia battaglia personale. La mia interlocutrice stavolta finalmente capisce quello che voglio dire (nel frattempo avevo scoperto che la DeLorean sarebbe passata per Bologna) ma mi dice “Molto bello ma oggi non c’è posto”. Continuo anche il giorno dopo, incasso un altro “chissenefrega” e vedo che il giorno dopo il sito nazionale del quotidiano con il quale collaboro lo mette in home page.
Quindi a qualcuno del gruppo evidentemente interessa, dico tra me e me. Arriva ieri. Neanche chiamo più perché di combattere coi mulini a vento mi ero rotta le palle. Avrei tentato in extremis di rilanciare per la proiezione che sarà domani. Nessuno mi avrebbe calcolato nel giorno in cui il candidato sindaco in tuta diceva che per lo stress rinunciava alla corsa.
Invece accade il miracolo. Squilla il telefono e il mio referente, che per sbaglio legge delle agenzie sulla DeLorean, mi dice finalmente “Fammi ben 30 righe”.
Finalmente, mi sentivo la vincitrice di una battaglia piccola ma significativa. Scopro che la macchina sarebbe passata da Bologna e chiamo magari per mandare un fotografo. Non faccio in tempo a finire che capisco che non avrei ottenuto nulla. Che poi non era per me che lo facevo ma per dare un’informazione a chi come me si stava entusiasmando per questo pezzo di adolescenza che stava per passare in città.
In fondo anche i trentenni lo comprano il giornale e forse il giornale dovrebbe parlare anche di qualcosa che a loro interessa. Scrivo le mie righe, contenta, e le invio. La santa donna che mi risponde al telefono stavolta capisce che si trattava di una cosa carina, dice “Mandiamo il fotografo. Adesso lo spiego io”.
Con un po’ di speranza negli occhi, vado in osteria. E racconto l’happy end e del passaggio della DeLorean a Bologna e delle proiezioni al Capitol e di tutto quello che avevo appreso. Vedo i luccichini negli occhi dei miei interlocutori coetanei. Uno addirittura era impazzito come me a cercare informazioni. Mi dice che nelle altre città si stavano organizzando delle feste per l’occasione ma non a Bologna.
Io avrei voluto fotografarla quell’espressione negli occhi di quei trentenni come me per mostrarla ai quarant-cinquant-sessantenni che quella luce si ostinano a non vederla.
Quell’emozione stamattina di fronte alla DeLorean. Lo sforzo fatto per svegliarsi prima, il bagnarsi e il prendere freddo. Perché uno per un po’ d’entusiasmo lo sforzo lo fa. Io per prima faccio sempre fatica a cominciare la giornata ma stamattina no, ero contenta. E mentre parlo con i miei amici e con quelli che erano accorsi a vedere l’auto che domani andranno al cinema a rivedersi il film, la mia notizia si trova relegata all’ultima pagina.
È vero, la città non ha più un sindaco ma il nostro entusiasmo poteva essere trattato meglio.
E come noi rimaniamo soli con “Ritorno al futuro” così lo siamo come lavoratori parasubordinati condannanti a pagare il 26,72% di aliquota contributiva all’INPS per mantenere nonni e genitori, con la prospettiva di aumenti indiscriminati nei prossimi anni. Con un presidente dell’ente previdenziale che dice “Non possiamo fornire le simulazioni della pensione ai lavoratori parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale”. E noi trentenni a non fare niente di niente, se non linkare da un social network all’altro la notizia e a continuare a pagare con le orecchie basse milionari F24. La cosa più rivoluzionaria che ho letto sulla questione è che Mastrapasqua si scrive Mastrapasqua e non Mastropasqua. Io se penso alla pensione spero solo di morire prima di arrivarci.
E la colpa è nostra che non facciamo casino. Che ci proviamo un po’ e poi ci stufiamo di combattere contro i mulini a vento. Se è no è no, c’è entusiasmo la prima volta, la seconda e anche la terza anche nella “lotta” ma poi riga. E intanto nessuno di noi trentenni protesta per l’impossibilità nel nostro paese di fare una qualsivoglia carriera, di avere una qualsivoglia prospettiva di crescita, di guadagnare qualcosa che non vada in contributi ma chennesò, tipo in una vacanza.
Solo responsabilità, no soldi, no riconoscimenti.
E quindi no entusiasmo. O per lo meno non più. L’Italia non è un paese per vecchi ma manco per i giovani a ‘sto punto, posto che a trentenni uno possa ancora considerarsi tale.
E cosa ci rimane? Al momento la proiezione di domani di “Ritorno al futuro”, per tornare adolescenti e protetti e soprattutto inconsapevoli di ciò che ci sarebbe accaduto.

NB: la parola entusiasmo contiene la stessa radice di “dio”. Essere entusiasti significa essere “indiati”, avere la divinità dentro e un dio non lo si massacra così.

 

 

 

Sedute, io sulla poltrona e lei sul divano, chiacchieriamo a metà pomeriggio di una domenica d’autunno.
Le parlo del mio lavoro, di Bologna, dell’INPS e mi incazzo pure.
“Vorrei che le cose ti andassero bene, non perché sei mi’ fiola ma perché te lo meriti” mi dice. “E non dico solo il lavoro ma mi piacerebbe vederti finalmente con qualcuno, ma non che ti accontenti. E non te lo dico perché so’ tu’ madre ma perché, anche in questo caso, te lo meriti”.
Ascolto. Faccia stupita per quelle parole e imperturbabile.  Lacrime commosse agli angoli degli occhi ma nascoste.
Come sempre ghiaccio fuori e fuoco dentro.
E la voglia di fermarmi da qualche parte, più per sistemare lei che per sistemare me.

Fantasmini

13 ottobre 2010

Una volta sono uscita con uno cui si vedeva il fantasmino dal mocassino. Non ho provato raccapriccio ma tenerezza. Quel fantasmino spuntava e sentivo che era in difficoltà per quel lembo bianco che spuntava.
A me lui piaceva. E decisi di metterli anch’io una sera che mi vedevo con lui, neri su scarpe nere. Ma anche a me un lembo nero usciva dalla scollatura tonda delle ballerine. Io questo non lo sopportavo ma mi son detta che bisognava familiarizzare con le piccole imperfezioni.
Ero a disagio.
Ad un tratto  lui, non so perché, mise la testa sotto il tavolo e mi chiese all’improvviso “ma anche tu porti i fantasmini?”.
Fui sorpresa da tanta attenzione. Forse ci stavamo studiando partendo proprio dall’uso che facevamo di quello sconveniente rimedio da merceria.
Risposi “sì”.
E lui  “anch’io”.
Comune sentire.
E poi?
E poi lui è partito ed è tornato da dove è venuto.

Il villaggio

27 settembre 2010

Stasera, quattro chiacchiere con gli amici in osteria, come tutte le sere. All’improvviso uno di noi si accorge che poco più in là era appena scoppiato un incendio, tra i cartoni accatastati di fianco all’isola ecologica. Stupore, telefonini in mano, chiamiamo i vigili del fuoco, qual è pure il numero, è vero è il 115.  Nessuno si stava preoccupando più di tanto, solo un barista ad un certo punto dà due secchiate d’acqua e affievolisce il fuoco mentre in lontananza si sentono le sirene dei pompieri.
“Stai a vedere che adesso arriva Molteni a spegnere l’incendio” dico ad una di noi “sarà ma tutte le volte ce accade qualche cosa, c’è sempre lui in squadra”. I vigili spengono fuoco e fiamme in una manciata di minuti. Intorno noi, qualche risata, telefonini spianati per fare qualche foto di un piccolo evento pur sempre eccezionale. “Ma sai che quello con la barbetta sembra proprio Molteni” dice la nostra. “Ma dai, sembra più alto” rispondo e lei “Per me è lui, vado a vedere”.
Ed era proprio lui, Molteni, quello che spegneva l’incendio, quello che spegne tutti gli incendi del centro. Che in realtà non c’è solo lui, si sa, ma Bologna è una città in cui puoi prevedere chi arriverà a spegnere l’incendio. Perché siamo sempre tutti noi, è tutto circolare, tutto torna sempre.
Bologna è una città incestuosa, mi diceva qualcuno. Sono tutti figli di, cugini di, ex fidanzati di, amanti di, sorelle di, colleghi di. Entri nella spirale e accade che ti trovi a passeggiare sulle uova perché tutti hanno qualcosa da nascondere a qualcun altro, come accade nelle migliori famiglie piene di segreti. L’ipocrisia di un sorriso di circostanza e una collana di perle. Non puoi fare un passo che il rumore del tacco è amplificato col megafono. Bologna è Peyton Place, va’ là che non è Twin Peaks, tutti stanno con tutti e se non è così, lo faranno come su Beautiful o come negli scout.
E girare nel recinto può essere rassicurante da un lato, soffocante dall’altro. Tutto dipende da come ti tira il culo. E stasera la prevedibilità delle circostanze mi ha fatto ridere, si vede che era una sera in cui avevo voglia di villaggio.

Scontro tra cinismi

6 settembre 2010

‎”Ma hai visto che luce fuori?”
“E’ vero, effettivamente è molto strana. Gialla così, chissà, magari riflette la sabbia”
“Forse è la fine del mondo”
“No, non siamo così fortunate”.