La follia delle donne

19 novembre 2008


Ve la ricordate questa canzone geniale? Ecco, a tal proposito, cosa mi ha scritto un mio amico ieri.
Vengo da un week end in cui ho fatto il commesso…ebbene sì…praticamente qui a Maggio e Novembre fanno delle vendite speciali per dipendenti ed in particolare per molte persone invitate….non ti dico che caos di gente tra venerdi e domenica (saranno entrate 3-4 mila persone se non di più)..ho lavorato 12-14 ore al giorno…andando avanti e indietro dal magazzino all’area vendite, caricando scaffali come un muletto..con nuvoli di donne impazzite intorno alla ricerca disperata di un paio di scarpe….tanta gente come quest’anno non si era mai vista….ho venduto non so quante centinaia di pezzi…in particolare ero assegnato al reparto calzature XXXX Donna…..
È stata un’esperienza molto stancante ma anche molto interessante e divertente….ho potuto apprezzare sul campo quello che vuol dire impazzire per il fashion a prezzi a scontati….le persone hanno degli sguardi allucinati….
Mi hanno detto:
– Lei è un angelo mi aiuti per favore
– Troppo gentile mi segno il suo nome e lo riferisco
– La madre di una mia amica voleva darmi dell’olio fatto da loro
– Una signora mi voleva pagare se le avessi trovato delle scarpe
– Una mi stava sfilando e tirando gli stivali da sotto il braccio…
– Una madre era gelosa delle figlia a cui avevo trovato delle scarpe e mi rinfacciava che a lei non l’avevo cagata.
Veramente di tutto e di più…:

Il cosmo secondo Agnetha

24 ottobre 2008

Copertina_il_cosmoDomani pomeriggio, alla Libreria Igor (sia su FB Igor Libreria sia su Myspace) parlerò con Daniele Vecchiotti del suo libro Il cosmo secondo Agnetha. Vi anticipo già che indosserò una gonna uguale alla copertina.
Il cosmo secondo Agnetha è un romanzo sulla libertà, sull’identità sessuale e sulle nicchie di mercato da esse generate: un ventennne con un unico problema: l’impossibilità di opporsi alle aspettative degli altri e agli eventi che bussano alla sua porta. Una madre fermamente intenzionata a trasformarlo in una scrittrice di romanzi rosa. Un direttore editoriale di libri pornografici gay convinto che il denaro non abbia preferenze di genere. un amico-cicerone secondo il quale "siamo tutti bisessuali, omosessuali a parte". E, a sparger pepe su questo mondo al maschile, la seducente femminilità delle ballerine di lap-dance nello strip-bar sotto casa. Un giro panoramico nel sesso e nelle sue possibili varianti, dedicato a chi ha la sensazione di vivere la vita di un perfetto estraneo. Che cosa c’entra in tutto questo Agnetha Fältskog? Beh, di questi tempi tutto può tornare utile. Anche gli Abba.
edito da LAS VEGAS Edizioni
Al termine della presentazione la Libreria Igor è lieta di invitare tutti all’inaugurazione di bLU Concept Store – Via San Vitale 34 b,c.

La classe non è acqua

15 ottobre 2008

KMKate Moss è stata paparazzata con questo vestito che fa intravedere qualcosina dal vestito. Ma quanto le sta bene questo vestito? Se rinasco, anch’io comincio a drogarmi dalla mattina alla sera come lei. Il vero prodotto che lei ha saputo meglio rappresentare con la sua immagine è di certo proprio la cocaina.

Obama for President

13 ottobre 2008

ObamaHo scoperto che le elezioni sono tra pochissimo. Non sono pronta e manco so’ americana. Per sconfiggere l’ansia si potrebbero intanto comprare quest’ Obama da vestire con smoking, cappottini, pulloverini. Si possono altresì vestire la Michelle e le due bambine perchè nella confezione ci sono vestiti per tutti. Chi avesse delle preferenze repubblicane, invece, si può trastullare con John e Cindy Mc Cain anche se gli Obamas sono molto più glam.
Direi che questa è la prova provata che, qualora Barack non riuscisse a diventare Mr President, con quel portamento anche se di carta potrebbe sempre andare a fare il modello per Armani.

XXX

9 ottobre 2008

Per chi non lo avesse ancora visto, questo è lo spot per festeggiare i 30 di attività della Diesel (XXX, appunto).

internet-generationMi ha molto divertito questo articolo pubblicato su Repubblica.it ieri. Un’azienda americana ha raccolto le più strampalate richieste fatte ad un centro asistenza informatico. Mi ha fatto morire dal ridere quelli che credevano che il lettore cd fosse in realtà un porta-tazza. Io, poi, devo ridere poco dato che al mio approccio con internet, estate 1999, non riuscivo a credere che fosse possibile leggere la mia posta all’Università e anche in Scozia, a Senigallia e ovunque. Soprattutto nel 1999 usavo il mouse come un telecomando, non capendo che funzionava in virtù di quella pallina che scivolava sul tappetino.
Molta gente ha chiamato il suddetto centro di assistenza anche per problemi tecnologici, che esulavano dal funzionamento del pc di casa, problemi con la macchina, con l’ascensore e il microonde. Mi ricorda quella volta che una mia amica impiegata di banca raccontò, l’indomani dell’ingresso dell’euro, di quella vecchietta che le chiese di convertirle la propria età in euro.
E a proposito di internet, in questi due giorni ho fatto due scoperte incredibili. La prima è questo sito, Face your manga, che permette di dare a tutti una faccia da manga. L’esperimento importante, secondo me, è quello di affidare a qualcuno, o anche a se stessi, il compito di disegnare il proprio volto, così da scoprire come ti vedi e come ti vedono gli altri. Io stessa, mi sono riscoperta a sforzarmi di ricordare la forma del viso, del naso o degli occhi di persone molto care e molto vicine.
L’altra scoperta è il sito di Hermes, che permette di rifare la Kelly grazie ad un cartamodello. Io la farò, ho già scelto il disegno

CIUFCIUFAvvertenze: è lungo, lunghissimo, questo post, frutto di alcuni riflessioni fatte sul treno i primi del mese.

Anche quest’anno è arrivato il mese di Agosto. Attendo timorosa questo mese da tanto tempo ed eccolo qui, in tutto il suo calore.
Sono tornata poco a casa negli ultimi tempi. Sono troppo pigra per lasciare l’afosissima Bologna, splendida nel suo aureo isolamento, popolata solo da ultimi, filippini con la scopa in mano, pakistani davanti a qualche ortofrutta, rumeni sporchi di vernice, le polacche con le trecce, cinesi che accarezzano gattini, tutto ciò che l’iconografia classica dello straniero impone. Ma ultimi sono anche i precari che non hanno i soldi neanche per sguazzare nelle torbide acque dei Lidi Ferraresi, i vecchietti che vanno su e giù con gli autobus per un po’ di refrigerio e le famigliole con un mutuo sul groppone. Poi ci sono gli snob cui piace fare gli ultimi e che si godono la città vuota che nella settimana di Ferragosto rappresenta l’equivalente di un qualche convento di suore clarisse, tale è la possibilità di coltivare la propria spiritualità nel deserto di cemento.
Io ho fatto la pigra snob precaria, vittima dei miei pensieri e solo in Agosto ho deciso di muovere le chiappe verso l’Adriatico.
Ma io lo so perché non mi muovo da Bologna in realtà. Temo il treno, mezzo di trasporto che ho imparato ad odiare in questi 13 anni di pendolarismo. Il treno riesce a tirare fuori il peggio che è in me. Il treno per me è la paura di perderlo, di non trovare posto a sedere, di innervosirmi per la sua popolazione e per i ritardi garantiti. Il treno mi abbruttisce, mi fa desiderare di uccidere tutti quelli che mi circondano, mi fa diventare Carrie – lo sguardo di Satana.
Il treno per me è fatica che non riesco a girare con un bagaglio leggero. Come potrei? Passo le mie giornate bolognesi ad abbinare compulsivamente tutti i capetti cuciti da piccole manine cinesi. Come potrei non ripetere questo prodigio nella mia città natale? E quindi mi carico di sandali di qualsiasi tonalità dell’arcobaleno, da coordinare con il più piccolo ghirigoro del più microscopico abitino acquistato in qualche tempio del low cost. E ci sono anche le magliette, i toppini, gli shorts, i jeans, gli abitini, le collanine, gli orecchini ma anche il profumo, lo shampoo, gli assorbenti, le borsette, il pc, i dvd, i vari caricabatterie come se mia madre e mia sorella fossero due sarahawi alloggiate in un accampamento di fortuna nel Sahara. Ma va così nella mia testa. Mi devo portare dietro tutto. Non sentirmi scoperta, protetta da quegli oggetti che fanno di me una moderna Signorina Felicita, sicura tra quelle piccole cose del mio buon gusto. In un impeto di follia stavo anche per trascinarmi dietro Minnen Groda, il mio Principe Ranocchio, che è assurto al ruolo di mio fidanzato poco più che 10 giorni fa, colui che abbraccio tutte le sere e che bacio prima di addormentarmi nella speranza, di vecchia trentaduenne rincoglionita, che diventi un maschio disposto a proteggermi da tutte le mie idiosincrasie che mi prenda e che mi porti via, verso la soluzione di tutti i mali. Forse questa pia illusione deriva dal fatto che il prodigioso animaletto viene dall’Ikea, il regno del tutto è possibile, basta saperlo montare.
Un amico sostiene che entro cinque anni l’Italia sarà lo scenario di una terribile guerra civile. Dice che occorre svincolarsi da tutti i legami con i beni materiali, dalle case, dalle auto, da tutte le cose che possediamo e che, di conseguenza, ci possiedono. Bagaglio leggero dice. Io mi immagino persa in mezzo al mio mare di cose inutili, oppressa dal bisogno di fare una scelta tra la ballerina rossa e quelle scarpe turchesi con la farfalla di brillantini. Per me il bagaglio leggero è un’utopia. Credere che io potrei mai partire con un paio di mutande di ricambio e uno spazzolino da denti è come pensare di incontrare Babbo Natale all’Ipercoop che compra i regali e li carica sulle renne o di fuggire via in Ippoogrifo sulla Luna. Io ho già detto che sono pronta a soccombere piuttosto che partire con uno zainetto e poche cose, oltrettutto da selezionare. E l’amico risponde che io, in caso di fuga, dovrei occuparmi dello smalto. Dice che bisogna pur combattere con stile. Allora ho deciso che per l’occasione comprerò del Rouge Noir di Chanel.
Per partire io avrei bisogno di quelle carrozze che circolavano ai tempi di Elisa di Rivombrosa. Due o tre giorni a cavallo, nel fresco delle tendine, mentre mi leggo Grazia e qualche libro, ascoltando l’ipod mentre un ippotassista scudiscia i cavalli bianchi per far sì che io arrivi a destinazione il prima possibile. Purtroppo sono una spiantata ed ancora mi toccano i treni di seconda classe con altri morti di fame come me.
Già al binario, io sherpa di me stessa, so che mi incazzerò come una pantera. Mi guardo intorno e vedo tutte quelle ciabatte di pessima fattura che coprono i piedi callosi di agostani vacanzieri. I miei strali vanno soprattutto a quelle ciabatte maschili, di finta pelle, con un po’ di para, a sabot con due piccoli buchi all’altezza dell’alluce e del mignolo del piede. Gli uomini che indossano questo tipo obbrobrioso di ciabatta, solitamente, hanno anche i pinocchietti, e in situazioni di riposo, di attesa, fanno uscire un pochino il piede da questo guscio schifoso e stanno con metà tallone a terra. Io a quelle ciabatte darei fuoco solo che il risultato sarebbe assai nefasto dal momento che tutta quella plastica, da sola, potrebbe sprigionare una quantità velenosa di gas mortali che ci ucciderebbe tutti. Forse andrebbero sequestrate e messe in un caveau di una sorta di banca del buongusto in cui far giacere tutte queste calzature disdicevoli.
In un mondo ideale, invece, le donne non indosserebbero gli zoccoletti. Ecco, già mi fanno orrore la sera quegli zoccoli con taco vertiginoso e qualche luccichino applicato sopra ma mi titillano ancora di più il sistema nervoso quegli zoccoletti con un po’ di tacco che neanche la Sandra Milo indosserebbe. Lo zoccolo d’estate per me è solo il pescura del Dott. Scholls. Orrido pezzo di legno con plantare che mai nella mia vita ho indossato ma che ha rappresentato la colonna sonora delle mie 31 estati nella mia ridente cittadina sull’Adriatico. Da noi si indossano gli zoccoli, solo per il gusto di trascinarli e di fare un rumore infernale. Il mio concittadino è stracco per definizione e aborre l’idea di sollevare i piedini per non far rumore. Il risultato è il tacco consumato già a metà stagione ma il mio concittadino medio, di questa usura, se ne fa un vanto perché vuol dire che è un duro e puro dello zoccolo.
Quello che mi fa rabbrividire è che per avere un capo o una calzatura decente non bisogna spendere chissà quali soldi. Tra le tante idee che mi frullano in testa, da tanto c’è quella di fare la personal shopper. Se mai questa attività dovesse ingranare, mi offrirò volontaria alle stazioni ferroviarie a cercar di far cambiare i gusti calzaturieri ai villeggianti. Come una sorta di cooperante del buon gusto, mi avvicinerei ai portatori malsani di scarpe di merda e porrei loro una semplice quanto economica alternativa, che ne so, una infradito, una espadrillas, un sandalino. Sarei per questi qua una specie di Don Benzi alle prese con le lucciole sulle strade di Rimini. Li prenderei per mano, cercherei di conquistare la loro fiducia e poi, una volta resi vulnerabili, chiederei loro di ripensarci, di riflettere sulle loro scelte estetiche, che molto spesso sono anche più costose di una soluzione accettabile alla vista degli altri.
In un sabato di Agosto viaggiare è un incubo e in qualsiasi orario del giorno e delle notte sarà impossibile sedersi a Bologna. A dire il vero, l’umanità su di un treno regionale in Agosto non è così varia. Vecchie presumibilmente vedove e adolescenti e post adolescenti destinati alla Mecca del divertimento notturno occupano tutto il treno già alla partenza da Milano. Ciò che accomuna queste due tipologie di esseri umani così diverse tra oro è l’uso indiscriminato della piaga sociale degli ultimi dieci anni circa: il trolley. Non nego di averne usati un paio anch’io ma molto presto ho capito che queste scatole roteanti erano uno strumento del demonio. Il treno di Agosto è popolato da questi mostri enormi, che potrebbero contenere tranquillamente un cadavere senza neanche lo sforzo di piegare le membra ma che invece contengono una miriade di scarpe orrende e di capetti altrettanto agghiaccianti. L’arroganza del portatore di trolley fa sì che ti sbatta in faccia la sua squallida vacanza a Rimini, occupando mezzo treno con questi catafalchi, il più delle volte anch’essi cinesi, come tutto ciò che contengono. Ed io che per comodità e per rispetto per gli altri mi carico di centinaia di chili di bagaglio, fluido, malleabile, elastico non rompendo i coglioni al prossimo, perché non io non vorrei mai fare agli altri quello che non vorrei che fosse fatto a me, ficcando il mio borsone enorme ma silenzioso, in ogni pertugio del treno non ingombrando lo spazio che potrebbe prendere un cristiano, compio un gesto solidale che nessuno, di questi sciocchi vacanzieri, è in grado di apprezzare.
Il trollista, inoltre, è talmente preso da se stesso, dai suoi impegni, dalla sua visione assolutista ed individualista del mondo che impone la sua presenza a chiunque gli stia intorno. La mia idiosincrasia nei confronti del trolley è aggravata dal fatto che la location dei miei viaggi e, quindi, il mio punto di vista da osservatrice, è sempre la stazione di Bologna, un luogo che per disgrazia ha avuto l’occasione di essere ricostruito e nessuno ha avuto l’idea di metterci le scale mobili, che so per certo che esistevano, perché quando ero piccola alla Standa della mia cittadina sul Mare Adriatico c’erano, eccome. E a Bologna più che mai viene fuori tutto l’orgoglio trolley che affligge la nostra umanità. Donne e uomini, vecchi e bambini, sono impegnati in faticosissime pratiche di sollevamento trolley dal binario al treno e viceversa. Fanno roteare quelle maledette rotelline, ricettacolo di capelli, di sigarette, di polvere, di mondezza varia per alcuni metri e poi via! Di nuovo si caricano del bestione carico di zozzerie sulle scale, facendo una fatica che neanche Ercole, che pure di fatiche ne ha viste, sarebbe stato in grado di affrontare ai giorni nostri. Ma i trollisti cosa fanno, egoisti, solipsisti, individualisti, egocentrici, egoriferiti, autoreferenziali come solo un trollista puo’ essere, noncuranti che dietro di loro c’è una povera ragazza carica come un somaro che tenta di farsi largo tra questa folla di parallelepipedi colorati? Si fermano tutti in fila una volta scese le scale, davanti a me che devo arrestare con il rischio di perdere il mio precario equilibrio, già minato dalla perdita della pazienza che tali scenari apocalittici mi impongono. E come un plotone d’esecuzione, i trollisti, pronti, arrestano la loro marcia, prendono fiato, i maledetti, puntano la maniglia della loro arma, la estraggono con quel click che mi fa venire la sudarella, e FUOCO! Partono tutti insieme e mirano direttamente alle mie calcagna facendo finta che loro con quei caterpillar non abbiano mai urtato i miei piedi. Quel detestabile rumore di rotelle, assordante e sordo al tempo stesso sotto la galleria, mi fa venire da piangere per quanto lo odio e la Carrie che è in me, non la Bradshaw ma quella di cui sopra, quella con lo sguardo di Satana, ne avrebbe da incenerire con gli occhi.
Il treno di Agosto è sempre mortalmente in ritardo e, come si puo’ notare, mi provoca sempre i pensieri e le riflessioni peggiori. I miei bagagli ed io, dopo aver letto due quotidiani, quattro magazine allegati, un paio di riviste femminili, che mi servono più che altro come difesa personale, per non rischiare di dare confidenza a nessuno di quelli che mi circondano, arriviamo finalmente a destinazione.
Scendo dal treno e bacio la terra come il Papa, anche se, a differenza sua, io non posseggo delle calzature di Prada, e mi abbandono all’ultima riflessione. Che dovrebbero buttare una colata di cemento sul mare, che ognuno dovrebbe rimanere dove è nato perché se la cicogna ti ha portato sotto un cavolo a Cusano Milanino o a Guastalla o a Cinisello Balsamo un motivo pure ci sarà. Il destino, mio caro villeggiante, non ha voluto che nascessi in un posto di mare, quindi, vedi di assecondarlo e non mettermi quel trolley del cazzo sui piedi.
Solo che poi penso che a me la cicogna mi ha portato al mare e mica sotto le Due Torri e quindi man mano che mi allontano dai binari rinsavisco e lucidamente penso che tutto è relativo e vado a farmi il bagno al mare, per refrigerare le membra e il cervello provato da cotanta terrifica esperienza.