Parabola

15 dicembre 2009

Nel lontano 6 gennaio 1991 o forse 1992(non mi ricordo se in quarta o quinta ginnasio), per non rischiare di essere interrogata in matematica, passai parte della notte sul terrazzo in canottiera per tentare di prendermi un malanno.Sembravo sulla punta del Titanic, protesa verso le piante che copiose arredavano quello spazio. Era freddo, tanto. Ed io ero disperata perché non sarei stata pronta ad un interrogatorio di matematica, tutte quelle a e quelle b che si susseguivano e che diventavano anche ab, un susseguirsi di cifre scarabocchiate su un libro grosso come me rappresentanti una matematica di cui ho rimosso il nome (algebra? sono i logaritmi? non sono i radicali… Chi sa parli!).Purtroppo o per fortuna non riuscii ad ammalarmi e con la morte nel cuore e il librone nello zaino mi recai a scuola.Colpo di scena! Il malanno aveva catturato la professoressa di matematica! Ed io, almeno per quel giorno, potevo definirmi miracolata, sperando di recuperare una febbre almeno per il ritorno della prof in carica.Arrivò una supplente. Non ho ricordi nitidi. Di lei rimembro solo l’inettitudine e il fatto che in quei 10 giorni tentò solo di spiegarci il Triangolo di Tartaglia o Piramide, forse. Una serie di a b ab a b ab abb aabb che si protendevano verso l’alto, quasi a formare delle guglie. Inutile dire che nessuno comprese una fava ma tanto si era gaudenti per il fatto che di fatto non si stava combinado nulla.Un bel giorno, o brutto a seconda dei punti di vista, la temibilissima professoressa di matematica tornò e, armata di gessetto e cancellino, in pochi minuti liquidò l’argomento, stupendosi che l’altra ne avesse parlato così a lungo.

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