Vestivo alla marinara

18 maggio 2009

Pannella AgnelliVenerdì sera, prima di uscire, ho sentito la notizia alla radio ed ho avuto seriamente un moto di commozione. E’ morta Susanna Agnelli, l’autrice di "Vestivamo alla marinara", il primo libro "da grande" che ho letto a 14 anni. Venerdì l’ho tirato fuori dalla mia libreria e l’ho messo sul comodino con la tentazione di sfogliarlo ancora. Non l’ho fatto perchè ho avuto paura che a distanza di 18 anni quella capacità evocativa sparisse, che si annullasse quella familiarità che avevo sviluppato nel corso degli anni con la dinastia degli Agnelli, di cui anche successivemente lessi con avidità. Le vicende di Villar Perosa, i fratelli, Miss Parker, quell’andare a scuola a piedi nonostante costruissero automobili, il loro essere "emarginati" dagli amici nobili perchè loro erano borghesi, racconti che non vorrei scalfiti dal pensiero di Lapo e Patrizia, dal suicidio di Edoardo, dalle liti patrimoniali tra Margherita e i figli e da tutte quelle miserie di cui si sono macchiati gli Agnelli successivamente, quando hanno smesso di vestirsi alla marinara.
E soprattutto non volevo incontrare di nuovo Raimondo, il fidanzato promesso di Suni, con i capelli neri impomatati, fedifrago e canaglia, di cui la mia eroina si liberò, e io con lei. 

mlk2… in cui tutti si facciano i cazzi propri, dove non diano consigli sulla base dei loro parametri perché è facile fare il frocio con il culo degli altri.

Michelle, ma belle

6 novembre 2008

obamaMOS0202_468x365Quel figo di Obama ce l’ha fatta, è Presidente degli Stati Uniti d’America e, se c’arriva con le gambe sue, approderà alla Casa Bianca per il 20 di Gennaio. Fuori ci sarà Bush con gli scatoloni e la Laura con il beauty in mano. Si saluteranno cordialmente sulla porta e i Bush faranno largo agli Obamas per tornarsene in Texas a badare alle vacche.
Mamma mia, Obama adesso avrà un casino di cose da fare. Dovrà trovare lavoro ai disoccupati, dovrà risolvere la situazione della sanità che mira a far diventare pubblica, deve risollevare l’economia mondiale, dovrà portare la pace nel mondo, dovrà sconfiggere il razzismo, dovrà liberare le bestie a Guantanamo, dovrà catturare Osama Bin Laden, dovrà aderire al Protocollo di Kyoto, dovrà badare il cucciolo delle figlie, dovrà giocare a basket con gli amici ma soprattutto non dovrà trascurare quell’armadio della Michelle.
Perchè in tutto questo maracanà nessuno pensa alla Michelle? La stragrande maggioranza dei problemi mondiali le sta entrando in casa, senza considerare che lei si sta dividendo il marito con il mondo.
E’ a Michelle che penso da oggi, da quando l’ho invidiata per quel quadretto da Famiglia Cuore che ci hanno proposto stanotte, con quel bacio in mondovisione tra le star&stripes da far venire la pelle d’oca, come se il marito, con tutte quelle speranze a profusione, non mi avesse fatto abbastnza drizzare i peli delle braccia. Ma oggi, quando sono andata a vedere le foto delle first lady al voto, ho notato che la Michelle era praticamente in tuta, messa come il porco, con i capelli legati come quando si sta in casa. Lei era parte della storia, con un ciappo tra i capelli.
E pensavo al suo pomeriggio e a quello che aveva in testa, sotto il ciappo.
Eh, che ansia… Non riesco neanche a parlare. Adesso stiro il vestito. Sasha, Malia, buone che c’ho il mal di testa! Datevi una calmata! Sennò vi stancate e stanotte mi dormite! Dai! Bambine, buone, su! Babbo, se vince vi ha detto che ‘sto cane ve lo prende! Dai che manca poco, che pare che babbo ce la fa… Su, andatevi a lavare che quando ci viene a prendere dobbiamo essere pronte! Uffa, mi tocca anche mettere lo smalto e non s’asciuga ma… avessi comprato quella paperella che avevo visto in quel negozio, almeno mi passava… Che palle! Mi si è sminchiato l’indurente, me lo potevo far mettere prima dalla parrucchiera lo smalto… E mentre io qui mi do l’indurente per le unghie, orde di stagiste penseranno a come indurire il gianduiotto di Babà.  Ma che cacchio c’avrà avuto Babà nella testa, mamma mia, con ‘sto pallino di salvare il mondo… Se quello stava buono, adesso io ero in ciabatte e potevo guardare Chi vuol essere milionario che eri quello stava per vincere un sacco di soldi, non so come andrà a finire adesso…  Va’ là che mi son concessa il lusso della parrucchiera oggi, Martedì invece che Sabato, anche perchè li dovevo lavare che facevano schifo. Fortuna che quella ha chiuso il negozio, che io mica c’avevo voglia di chiacchierare con le altre, che mi fan tutte quelle domande, oh! Io sono stanca! Eh, che ansia che mi sta a venir su… E se Babà non vince? Speriamo che vince che chi lo sopporta quello lì a casa dopo? Non c’è niente di peggio che un marito frustrato, con tutte le conseguenze… Capirai, già si scopa poco, dopo se si frustra, non gli si rizza neanche più, e deve prendere il viagra, e poi dopo tutte quelle sgallettate gli vanno a sfrucugliare nei pantaloni, che con quelle lui mica deve dimostrare nulla! E’ Barack Obama lui! Mica Babà! Mado’, speriamo, sennò sai che palle tutto il giorno dentro casa! E tutta la fila della gente che lo vuole ammazzare? La Cia, la Russia, Al Qaeda, i nazisti, i mitomani! E poi, tutte quelle zoccole adesso? Già prima facevo fatica a tenerle a bada, sempre in mezzo ai coglioni di mio marito, perchè Barack è proprio bello anche se è caloroso come la vetta del Nanga Parbat! Madonna, adesso! Madonna non la cantante anche se ce la vedo bene a cantare Happy birthday Mr President, quella gran zoccola! E adesso? Le stagiste? Chi le ferma più? Non bastavano gli stragisti?
Babà, pronto, ascolta… Mi son venute un po’ di paranoie… Ma ti sei reso conto che casino sarà adesso se vinci? E chi campa più adesso? Stavamo tanto bene noi qua, negri ma plurilaureati, chi c’ammazzava? E invece adesso faranno a gara per ammazzare te! Vabbè, Babà… Sì, sono quasi pronta, sono andata dalla parruchiera e adesso sto mettendo lo smalto… Le due belve non si tengono, speriamo che stanotte non s’addormentano sul palco! Senti Babà, m’è venuto un dubbio, ma non era meglio se ci facevamo i cazzi nostri?

decalogo[1]
Una mia collega l’altro giorno, mi ha portato un artcolo tratto da Vanity Fair. L’articolo stilava i dieci comandamenti per essere il blogger di Dio. Si sa, tutto il web 2.0 è una fucina di tentazioni per il buon cristiano e l’Allenza Evangelica ha pensato di dare a tutti i novelli Mosè un breve elenco per non cadere alle tentazioni. Chissà il Vaticano quando deciderà di intrufolarsi pure nelle nostre abitudini on line. Magari il Papa è già su FB, luogo secondo i più si anniderebbero tutti i mali moderni… Ora vado a controllare…

  1. Non mettere il tuo blog prima della tua integrità.
  2. Non fare del tuo blog un idolo.
  3. Non fare cattivo uso del tuo nickname sfruttando l’anonimato per peccare.
  4. Santifica le feste concedendoti un giorno alla settimana senza aggiornare il blog.
  5. Onora i tuoi compagni blogger prima di te stesso e non dare eccessivo significato ai loro errori.
  6. Non ledere l’onore, la reputazione e i sentimenti di un altro blogger.
  7. Non usare il web per commettere peccato o per pensare di commettere adulterio.
  8. Non rubare i contenuti altrui.
  9. Non dare falsa testimonianza nei confronti di un altro blogger.
  10. Non desiderare il ranking degli altri blog. Accontentati del tuo.

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Seguo distrattamente gli esami di maturità che puntualmente mi sorprendono ogni anno, in questi giorni. Per me la maturità è stata una specie di trauma e, in quanto troppo empatica negli ultimi tempi, non posso permettermi di seguire troppo intensamente perchè mi sale l’angoscia di quella volta.
Mentre leggo dello strafalcione su Montale mi farebbe desiderare di essere una maturanda per andare dritta dritta al Ministero a dar fuoco alla Ministra dei miei maroni, la mia attenzione va al tema sugli sms.
Il tema è tutt’altro che banale. Andrebbe sottoposto a tutti quelli che hanno dimestichezza con questi strumenti del diavolo, per riflettere veramente quanto la nostra capacità di sentire sia mutata.
Per noi trentenni le cose sono cambiata negli ultimi 10 anni, più o meno. Si è passati dalla telefonata al fisso cui rispondevano dei genitori che subivano i figli che crescevano al carico di aspettative consegnati a 160 caratteri.
Un tempo si scrivevano delle lettere. Si argomentava per fogli interi per tentare di farsi capire. Si ricevevano dei fogli arricciati dalla veemenza del passaggio della Bic. Quello che contava non era tanto ciò che c’era scritto ma quello che era stato cancellato, parole nascoste da ghirigori sbaffati che magari tradivano il vero pensiero di colui che aveva scritto.
Ora si delega tutto ad un tasto di invio. Questi nuovi mezzi altro non fanno che alimentare alla nostra paura di provare dei sentimenti che ci diano l’impressione di essere vivi, anche per pochi secondi.
Premere il tasto con il telefonino verde in corrispondenza di un numero di telefono è un gesto che ormai pochi si permettono. La paura dello squillare a vuoto fa comodamente digitare quattro cazzate in un sms, condensando un pensiero più o meno complesso in una manciata di caratteri. Telefonare implica prendersi una responsabilità, scrivere un messaggio, invece, ci offre l’occasione di nascondersi dietro ad un dito e continuare a rimanere in attesa di una risposta che forse arriverà o forse no.
Le email ci hanno reso compulsivi. Inchiodati ad un computer per necessità, legati a lui come se fosse in carne ed ossa, abbiamo fatto di necessità virtù, seppelliti da decine e decine di mail al giorno. La mail arriva inaspettata, non sempre in momenti propizi, e viene letta di fretta e, con la stessa fretta, a volte si risponde, senza magari aver compreso fino in fondo quello che c’era scritto. La lettera di carta dava tempo, la mail il tempo lo inghiotte e rende il pensiero e il sentimento veloce e, per questo, a volte pericoloso.
Leggendo un articolo su Repubblica di qualche Domenica fa sullo scambio epistolare tra la nobile Colonna e il pittore Boccioni, mi ha fatto venire un brivido per un’emozione che alla nostra generazione difficilmente sarà dato provare. La carta, l’inchiostro, i nastrini con cui erano legate le lettere, i profumi davano una tridimensionalità alla sfera delle emozioni che la velocità e la luminosità dei display hanno reso piatti e svuotati di senso.

Dalla parte delle donne

23 aprile 2008

Skoda Roomster Concept 3-lgIn questi giorni in cui si fa un gran parlare, anche in modo strumentale, della sicurezza delle donne, compare in radio una pubblicità veramente offensiva per noi donne. Il prodotto in questione è la Skoda Roomster. In poche parole si parla di donne vittime di guardoni che se però hanno la ‘sta macchina del cacchio, devono star tranquille, il guardone non guarda loro bensì la vettura.
Ma io dico, sarò forse dotata di scarsissimo senso dell’ironia, forse, e non sono neanche una femminista estrema ma si puo’ pubblicizzare un’auto giocando sul senso di insicurezza che puo’ avere una donna mentre entra in macchina? Sarà che nei film ci sono sempre quelle scene in cui in un qualche parcheggio sotterraneo, le donne vengono aggredite in quel preciso momento ma anche nella nostra vita di tutti i giorni di capita di andare a prendere la macchina in posti isolati, bui o capita di essere semplicemente sole.
Come si puo’ fare una pubblicità del genere?

Dildo, il rosso

18 marzo 2008

pesce-rosso-744051Quel ciarlatano di Paolo Fox mi ha detto che sarebbe stato l’anno della Vergine ma ancora qui non si è smosso nulla, se non qualche mandarino più o meno cattivo.
Ma io sono positiva, sento che le cose cambieranno. In un anno e poco più con il gruppo di mutuo aiuto per superare la dieffite, sento che alcuni concetti stanno prendendo piede. E sento la necessità del cambiamento.
Ed è stato così che ho preso questa decisione epocale.
Abito da sola ormai dai primi di Novembre. Dopo anni in ostello, farmi solo ed unicamente i cazzi miei era un sogno al quale faticavo a credere. Ora credo al Paradiso ma ho paura che il mio solipsismo si incancrenisca e che diventi sempre più refrattaria alla compagnia maschile. Refrattaria al cazzo, come dice Leo Mantovani. Dick-proof come direbbe un anglosassone.
Sabato si parlava poi di animali domestici ed io raccontavo la mia idiosincrasia nei confronti delle bestiole che si aggirano nelle case. Io odio gli animali e odio le piante. Odio tutto quello che prevede una cura da parte mia.
A casa mia sull’Adriatico, infatti, c’erano 4 gatti con cui non ho mai avuto confidenza, adorati da mia madre e mia sorella, cui io facevo i dispetti forse perché volevo le attenzioni delle mie per me. Chissà, il groviglio dei mie pensieri che percorsi aveva preso.
Tanti anni prima la mia famigliola vinse un pesce rosso alla Festa dell’Unità di Corinaldo, città natale di Santa Maria Goretti e di mio padre. Nel viaggio di ritorno, decidemmo come chiamare quell’essere vivente in bustina che si agitava sulle mie gambine bambine. Perché non chiamarlo Berlinguer? Questa la geniale proposta di mio padre. D’altra parte, lapalissianamente, era stato vinto alla festa dei comunisti ed era rosso.
Berlinguer visse 7 gloriosi anni, curato solo da mia madre che lo accudiva nel balcone della cucina. Io non l’ho mai cagato. So che si era scolorito, forse era diventato canuto. Dopo 5 o 6 mesi dal decesso, chiedo a mia madre dove cacchio avesse messo il pesce e lei mi disse che era morto e che era curiosa di sapere quanto ci avremmo messo io e mia sorella ad accorgerci di quella scomparsa. Mia madre, vera amante degli animali e rispettosa dei trapassi, lo chiuse in un cappolone e lo seppellì in giardino. Una prece per Berlinguer.
Il ricordo di Berlinguer mi scalda il cuore, il suo silenzio, il suo non essere invadente, quel suo uscire di scena in punta di piedi mi hanno restituito una sensazione rassicurante.
Sabato è scattato qualcosa nella mia testa. Già la mattina, mentre facevo colazione tutta sola nel mio lettone tutto rosso, strafogandomi di pasticciotti e di caffè-latte, sentivo che era ora di introdurre una figura animata nella mia vita.
Nella mia vita entrerà Dildo, il pesce rosso.
Qualcosa che sia metaforicamente di buon auspicio.
Qualcosa che si muova e che chieda le mie attenzioni, così da abituarmi ad una presenza altra.
Qualcosa che non rompa i coglioni.
Qualcosa di poco invadente.
Qualcosa di cui io non abbia paura.
Qualcosa che se muore, (e muore di sicuro perché Dildo è già un dead fish swimming), lo possa seppellire ai Giardini dentro una scatoletta di alici senza tante pugnette, senza eccessivo dispendio di danari che è meglio andare da Zara.
Qualcosa di rosso, perché mi piacciono i rossi.
Lo amo già.
Non vedo l’ora di averlo in casa, so che da quel giorno le cose cambieranno, alla faccia di quel cialtrone di Paolo Fox.